Da tempo non scrivo di politica,
non per mancanza di argomenti o di spunti per alcune riflessioni, ma più che
altro perché non ne avevo ne tempo ne voglia. Soprattutto non credo ne abbiate
sentito la mancanza.
Dopo la conferenza di fine anno
dell’ormai uscente Presidente del Consiglio però volevo trarre alcune
considerazioni.
La prima è sull’istituto del
governo tecnico, nel senso stretto, ovvero, una serie di personalità esterne
dal mondo della politica, rappresentazione delle eccellenze nei vari ambiti di
competenza. Durante questo anno di governo Monti ho discusso più e più volte
mio malgrado con chi sosteneva che il governo tecnico, questo governo tecnico,
era il frutto di una sospensione della democrazia, qualcuno mi ha detto che in
Italia c’era stato un colpo di stato. Ora non voglio dilungarmi sulla stupidità
e sull’ignoranza di alcuni miei interlocutori e anzi confesso di aver cercato
di trattenermi dal non riversare tutto il mio disgusto e la mia pena nei loro
confronti ma spesso non ci sono riuscito. Non starò di certo a spiegare – e
d’altronde ora non se ne vedrebbe più la ragione – la legittimità di questo
governo, piuttosto vorrei fare una considerazione sulle facoltà e sui poteri di
un governo tecnico. Mi spiego meglio. Dal momento in cui si viene a creare la
necessità di un governo tecnico significa che ci si trova in una situazione
particolare, che le forze politiche che risiedono nelle due aule del parlamento
non sono state in grado di portare avanti un programma di governo. Quindi c’è
bisogno di un supplente, di qualcuno che sappia rimettere insieme i pezzi dello
schema, qualcuno che dimostri il modo giusto per fare le cose, visto che
evidentemente gli “eletti” o presunti tali non sono stati in grado di adempiere
il loro dovere, ovvero quello di rappresentare i cittadini che con i loro
suffragi li hanno assunti a loro rappresentanti.
